In questi giorni così particolari, in cui la nostra individualità e la nostra collettività hanno subito profonde e repentine trasformazioni, transitando sui territori dell’incertezza, della paura, della stasi e della sospensione, il nostro sistema nervoso si è autonomamente orientato verso le risposte più arcaiche del cervello rettile, quelle relative alla sopravvivenza individuale.
Il distanziamento sociale, soluzione indicata inizialmente come necessaria a preservare noi stessi e gli altri dal contagio, è diventato ormai, a distanza di mesi, una pratica accettata e una nuova condotta.
Questo tipo di risposta sociale al periodo straordinario che stiamo vivendo è assolutamente in linea con ciò che accade individualmente nel nostro cervello, allo stato più primitivo, quando reagiamo al pericolo andando in uno stato di “congelamento” perché non possiamo né fuggire né lottare.
Quando viviamo degli eventi potenzialmente minacciosi per la nostra esistenza, cui non riusciamo a rispondere efficacemente, si verifica un trauma, uno shock emotivo di cui il nostro corpo conserva la memoria.
Che ne siamo consapevoli o meno, la situazione attuale ci ha tutti profondamente segnati.
L’epigenetica ci insegna che la qualità, la durata nel tempo e l’intensità delle esperienze e degli stimoli ambientali cui siamo esposti possono modificare la configurazione dei geni, inibendone o attivandone il potenziale di trascrizione. Non è possibile pensare che i costanti stimoli, spesso incoerenti e quasi sempre decisamente intensi, che ci sono pervenuti dall’ambiente circostante in questi ultimi mesi non abbiano ripercussioni sul nostro stato fisico, emotivo e psichico, oltre ad avere più tangibili ripercussioni sul nostro sistema economico e sociale.
Adesso resta a noi la scelta, come singoli, se restare congelati, sospesi, in attesa di un cambiamento che provenga ancora una volta dall’esterno o se coltivare risorse per sviluppare resilienza e iniziare dalla nostra Salute individuale, per portare Salute e Benessere nell’ambito collettivo.
Premessa necessaria è ricordare che l’essere umano è un essere relazionale. E’ attraverso la relazione che scopriamo di esistere, che impariamo a conoscerci e a conoscere il mondo in cui viviamo.
La ricerca e gli studi sui neuroni specchio presentati negli anni ’90 da Giacomo Rizzolati e dai suoi colleghi del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, hanno messo in evidenza come determinate aree celebrali, compresa quella del linguaggio, si attivino solo nella relazione, ovvero solo grazie all’imitazione.
Chi è genitore lo sa bene, ha avuto modo di osservare i propri figli imparare a scoprire se stessi, a portarsi in posizione eretta, a muovere nel mondo, ad esprimersi attraverso il gesto e il linguaggio semplicemente imitando gli adulti di riferimento: i bambini imparano guardando noi adulti ed imitandoci.
Gli stimoli esterni sono alla base del nostro sviluppo cerebrale e la relazione è condizione necessaria per una crescita sana. E’ solo attraverso la relazione che possiamo attingere alle energie necessarie per sviluppare resilienza.
Nelle discipline di aiuto, si parla di resilienza per intendere la capacità dell’individuo di far fronte ad un evento o a una situazione traumatica o particolarmente stressante. Si tratta di sviluppare le proprie capacità di adattamento e di tolleranza allo stress, ma anche di rimanere connessi con le proprie sensazioni corporee per evitare la dissociazione, essere in grado di tracciare le proprie emozioni e coltivare autostima in maniera obiettiva, senza essere sopraffatti dagli eventi e dalle esperienze.
La nostra esistenza, sin dal principio dello sviluppo embrionale, è stata un continuo pulsare tra la connessione e il senso di solitudine.
Questo periodo particolare, mi ha dato la possibilità di riflettere a lungo sul cammino che sto percorrendo e che stiamo incontrando come collettività.
Cinque anni fa decidevo di rivoluzionare completamente la mia vita, cambiando rotta. Un impulso interiore mi suggeriva che il timone della mia esistenza doveva volgere verso la relazione.
Per me, gemella nata sola, lavorare nella relazione d’aiuto attraverso il contatto e l’ascolto profondo era all’improvviso l’unica strada percorribile degna di un significato autentico.
Durante questo momento straordinario, in cui il mondo ha preso la direzione contraria, quella dell’isolamento e del distanziamento, ho messo in discussione le mie scelte e mi sono più volte chiesta se la decisione presa anni fa avesse un senso profondo e un valore solo relativamente alla mia esperienza personale o se invece potesse avere un valore più ampio, collettivo.
Il percorso di formazione come Operatore di Biodinamica Craniosacrale, Integrative Baby Therapist e Insegnante di Mindfulness sono stati passaggi importanti per il lavoro sulla rielaborazione del trauma, che hanno sostenuto la mia capacità di trovare risorse, sviluppare resilienza e far emergere la Salute, in senso ampio, nell’ accezione di uno stato di piena potenzialità ed interezza.
Il principio di corrispondenza ci insegna che “Come sopra, così anche sotto; come dentro, così anche fuori; come nel grande, così anche nel piccolo” quindi ciò che vale per la Salute dell’individuo dovrebbe valere anche per la Salute della collettività.
Sono quindi oggi più che mai convinta che la Biodinamica Craniosacrale e la pratica della Mindfulness possono essere di grande aiuto per supportare il singolo nella creazione di risorse e resilienza, restando in relazione con la propria esperienza in un campo di contenimento sicuro.
Attraverso la connessione alle proprie sensazioni corporee e al proprio vissuto emotivo, ci si può approfondire nell’osservazione della mutevolezza delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri, trovando un senso di adeguatezza e congruità, orientandoci verso l’interezza e non verso la lacerazione.
Questo è ciò che auspico anche per la nostra collettività, perché ciò che vale per la Salute individuale, vale anche per la Salute collettiva: restare in contatto aiuta a sviluppare resilienza!

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